Lucio Fontana

Lo spazialismo di Lucio Fontana non si è limitato alla ricerca propriamente pittorica e scultorea, ma ha cercato di trascendere simili specificità linguistiche, in vista di una nuova forma d’arte tale da offrire un’esperienza sensoriale più ampia. Con i suoi Ambienti spaziali, Fontana vuole rendere presente lo spazio totale, facendone fare al pubblico diretta esperienza, insieme sensoriale e mentale.
II 5 febbraio 1949 allestisce il suo primo Ambiente spaziale a luce nera, detto “Ambiente nero”, presso la Galleria del Naviglio di Milano. La galleria viene illuminata con lampade di Wood, la “luce nera” che fa risaltare i colori fosforescenti con cui sono ricoperte alcune forme astratte pendenti dal soffitto dell’ambiente oscurato da panneggi neri.
Questo stesso principio è articolato in modo diverso in Ambiente spaziale (1967), 1981, allestito al Castello di Rivoli: la luce di Wood rivela la doppia e sinuosa traiettoria lineare di circoli dipinti a colori fosforescenti. Lo spettatore, secondo le intenzioni dichiarate dall’artista, si trova nell’ambiente a tu per tu con se stesso: non è più chiamata in causa una percezione solo visiva, ma tutti i sensi concorrono a fare della percezione un’esperienza totale, psicologica e fisica.
II lavoro ambientale di Fontana si pone come una prima realizzazione dei progetti enunciati nei manifesti del Movimento spazialista, che l’artista fonda a Milano nel 1947.
“L’opera d’arte e eterna, ma non può essere immortale”, afferma il primo Manifesto dello Spazialismo. Perché sia immortale, l’arte deve svincolarsi dalla materia deperibile, e farsi puro gesto, pura idea, grazie al concorso di strumenti espressivi mutuati dalla tecnologia. Nel secondo Manifesto, 1948, si legge: “Vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro. Un’ espressione d’arte aerea di un minuto è come se durasse un millennio, nell’eternità”. Quelle che Fontana delinea con gli Ambienti spaziali sono appunto immagini aeree, senza corpo, che trascendono la propria fisicità. Sono inoltre immagini astratte, cioè slegate da uno specifico significato e divenute universali. Secondo la volontà dell’artista, esse si aprono all’integrazione fantastica da parte dello spettatore: è dunque un’opera aperta quella che Fontana propone, non un oggetto da osservare, ma una sensazione da vivere.
L’ambiente spaziale in collezione è stato realizzato per la mostra Lo spazio dell’immagine organizzata a Foligno nel 1967. Dopo la morte di Fontana, l’ambiente è stato ricostruito da Gino Marotta per essere esposto in occasione di altre mostre; l’esemplare posseduto dal Castello di Rivoli è l’unico non distrutto dopo l’esposizione, avvenuta a Rimini nel 1982.

[G.V.]

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