Liliana Moro

L’opera fotografica Aristocratica, 1994, presenta il volto dell’artista parzialmente coperto da un carnevalesco grugno da suino. Il travestimento autodenigratorio è completato da una sorta di calotta che cela i capelli. Nascondendo in parte i propri connotati, Liliana Moro mette in questione la possibilità di realizzare un’opera classificabile come autoritratto. Al tempo stesso, l’idea di ritratto viene chiamata in gioco. Genere pittorico considerato dalla tradizione come il più nobile, il ritratto propone talvolta una versione idealizzata della persona. Aristocratica invece è l’immagine di una presenza che subito tende a farsi assenza, vista l’impossibilità dell’identificazione. Il mascheramento contrasta con l’idea di bellezza volgendola nel suo opposto. Rimane però la posa, che evoca una serietà e un distacco veramente aristocratici, degni delle nobildonne ritratte da generazioni di artisti. L’opera è l’elaborazione fotografica di un lavoro in video realizzato da Moro nello stesso anno.
L’uso di oggetti mutuati dal mondo dell’infanzia e impiegati come strumenti linguistici è una precisa scelta dell’artista e caratterizza gran parte del suo operato. «Parlare attraverso i giochi dei bambini – dice l’artista – vuol dire parlare attraverso un linguaggio altamente metaforico ma facilmente comprensibile». In questo modo, Moro riesce a rendere universali situazioni particolari, raffreddando la dimensione autobiografica dalla quale nascono talvolta le opere. Appartengono al suo linguaggio anche la dimensione antieroica e la conseguente capacità di sottrarre dall’opera d’arte il suo «tono alto». Il ricorso alla dimensione delle fiabe e l’uso di elementi relativi all’universo del gioco propongono infatti un’idea di abbassamento, inteso come l’adozione di un rinnovato punto di vista sui condizionamenti che la cultura e la sfera sociale impongono.

[M.B.]

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