Joseph Kosuth

Le opere di Joseph Kosuth indagano i principi fondamentali dell’espressione artistica arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di opera d’arte. Partendo dall’idea che un’opera d’arte è una tautologia in quanto rappresentazione del volere dell’artista, Kosuth mette in discussione la natura stessa dell’arte privilegiando la dimensione ideativa del lavoro piuttosto che quella produttiva e interessandosi più al vero significato dell’opera d’arte che al suo aspetto formale. Attraverso un’operazione radicale l’artista scarnifica l’oggetto artistico per arrivare alla completa corrispondenza tra l’opera e il suo significato. Poiché secondo l’artista stesso, l’arte dovrebbe essere funzionale anche da un punto di vista linguistico, l’utilizzo della parola e del suo codice espressivo riporta l’arte ai suoi valori essenziali fino a farla diventare essa stessa linguaggio.
Nell’opera “Seeing Reading” [Cobalt Blue] (“Vedere Leggere” [blu cobalto]), 1979, (non riprodotto) una serie di parole realizzate in neon blu cobalto riportano la seguente frase: “This object, sentence, and work completes itself while what is read constructs what is seen” (“Quest’oggetto, frase e opera si completa quando ciò che è letto costruisce ciò che è visto”). Vicina alle opere con neon degli anni Sessanta dove, ribandendo il concetto di tautologia, vi era una completa identità tra il significato dell’opera e la frase rappresentata, se ne distanzia in quanto, in questo caso, non avviene un’identificazione completa, ma piuttosto il senso del lavoro è dato dalla complementare e necessaria presenza dell’azione del vedere e del leggere che trovano il loro senso a termine della lettura della frase stessa.
Concettualmente simile è l’opera “No Number #8 (+216 After Augustine’s Confessions)”(“Senza numero #8 – +216 dalle confessioni di Agostino”), 1989, parte della serie di lavori nei quali Kosuth si riferisce al filosofo viennese Ludwig Wittgenstein. In questo caso la completa identificazione tra significato e oggetto rappresentato avviene grazie a tre lastre in vetro di dimensioni differenti che, sovrapposte l’una all’altra, recano serigrafata in inglese, la medesima frase di Wittgenstein ispirata alle Confessioni di Sant’Agostino: “È copiata diversamente – ma la copia è la stessa. Ma voglio dire: se si vede qualcosa di diverso, la copia deve essere diversa”.
Seeing Knowing (Vedere Conoscere), 2004, è invece un’opera più recente ideata da Joseph Kosuth appositamente per gli spazi del Museo. Pensata in due parti in ideale dialogo tra loro, l’opera è costituita da due pannelli illuminati, uno installato all’aperto sul tetto dell’edificio chiamato Manica Lunga, l’altro posizionato all’interno, al terzo piano del Castello. In ambedue i pannelli si può leggere – in quello esterno in italiano, nell’altro in inglese – la seguente frase tratta dagli scritti del filosofo Giovanbattista Vico (1668-1744): “Fa’ vero ciò che tu vuoi conoscere; ed io, in conoscere il vero che mi avete proposto il farò, talché non mi resta in conto alcuno da dubitarne, perché io stesso l’ho fatto”.
Un sistema utilizzato solitamente per una comunicazione di tipo pubblicitario e promozionale diventa così mezzo per la diffusione di un enunciato filosofico che fa proprio della conoscenza e dell’importanza dell’atto del conoscere la materia prima per la comprensione della vera natura dell’esistenza.

[C.O.B.]

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