Jan Vercruysse

La ricerca di Jan Vercruysse è incentrata sulla ridefinizione della natura spirituale dell’arte. A suo parere l’arte non deve essere intesa come strumento di comunicazione e le opere non possono essere comprese tramite il linguaggio. Il luogo dell’arte per Vercruysse è l’Atopia, un non-luogo che non ha bisogno di definirsi rispetto alla realtà, in opposizione all’idea di Utopia. L’artista, che proviene da esperienze di poesia, ha inizialmente realizzato opere fotografiche, spesso nella forma di autoritratti, pensando ciascun lavoro come frase di un discorso visivo, in analogia all’idea di sonetto. Portrait of the Artist by himself (XII) (Ritratto dell’artista eseguito da lui stesso – XII), 1984, presenta l’immagine dell’artista che posa in gesto oratorio. La sua effigie è infatti nascosta, celata dietro a una maschera che costituisce un significativo elemento di rappresentazione. Insieme al gesto che non trasmette alcun messaggio, la maschera evidenzia l’impossibilità di una comunicazione tra artista e pubblico. Atto di svelamento, l’autoritratto è al tempo stesso un atto di dissimulazione che nasconde l’artista. Come gli altri lavori di questa serie, l’opera è una litografia dell’originale immagine fotografica, proponendosi quindi come riproduzione di se stessa.
Una preziosa dormeuse in velluto rosso e una serie di cornici appese al muro secondo una proporzione accuratamente definita formano Grande Suite, 1986. Non complete, le cornici non contengono alcuna immagine e restano come un campo di potenzialità infinita, disposto ad accogliere la totalità dell’arte. L’installazione definisce uno spazio puro, per un’arte che non ha bisogno di accogliere la vita. Significativamente, il divano è vuoto, inscenando un’assenza che è costante nelle opere di Vercruysse.
Durante gli anni Ottanta si concentra principalmente su una serie di lavori intitolati Tombeaux. Il termine francese è adottato per l’insieme di significati relativo al concetto di pezzo musicale o poesia dedicati a qualcosa o qualcuno che non c’è più. La «Costellazione» – termine con il quale l’artista definisce un gruppo di Tombeaux – che appartiene alla collezione del Castello, segue un ordine specifico e si compone di mensole e strumenti musicali a fiato (tre corni, tre tromboni, tre tube), tutti realizzati in vetro blu cobalto di Murano. Gli strumenti non sono appoggiati alle mensole, ma sono appesi tramite sottili cinture di cuoio al muro. Le mensole sono invece applicate al di sopra degli strumenti, in alto sulla parete, in modo che l’esiguo spazio che le separa dal soffitto non potrebbe ospitare gli oggetti cui apparentemente sono state assegnate. Come in altre opere dell’artista, non c’è allusione alla funzionalità, ma solo alla sua scomparsa. Gli strumenti a fiato in vetro sono macchine sonore messe a tacere, la loro originaria funzione si è mutata nel suo opposto, non fare suono ma fare silenzio. Nel silenzio si può costruire il non-luogo che trascende ogni altro luogo e consente la meditazione.

[M.B.]

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