Giorgio Griffa

«Io non rappresento nulla, io dipingo», è il significativo commento fatto dall’artista nel 1972 a proposito del proprio lavoro. Giorgio Griffa si è distinto dalla fine degli anni Sessanta per un linguaggio pittorico ridotto ai suoi componenti essenziali di tela, segno e colore che sceglie di usare in funzione non-rappresentativa.
L’artista lavora su carte e tele non trattate, scegliendo materiali quali cotone, lino, canapa, le cui differenti qualità di spessore, trama e colorazione originale restano dichiaratamente esposte. Al 1969 risale la decisione di eliminare anche il supporto del telaio, in una condizione il più possibile vicina a quella in cui l’opera viene dipinta nello studio.
I segni impiegati da Griffa si distinguono per l’estrema semplicità formale, secondo il suo desiderio di usare un linguaggio che potenzialmente appartiene alla mano di tutti. Linee e aste tracciate in senso verticale, orizzontale, oppure diagonale, e macchie di varie grandezze segnano la coerenza della ricerca di Griffa. Il colore utilizzato è a olio nei primi anni, per poi essere sostituito da tempera e successivamente dall’acrilico.
L’opera di Griffa è stata più volte inserita dalla critica nella cosiddetta linea analitica della pittura italiana, la tendenza che dagli anni Settanta ha fatto oggetto della propria ricerca il linguaggio stesso della pittura. L’artista non si è mai riconosciuto completamente in questa etichetta, ribadendo di essere «un pittore e niente altro».
Come dichiarato programmaticamente nel titolo, Sette segni, 1976, è una tela segnata da bande leggermente diagonali che iniziano, come per la scrittura nella cultura occidentale, dal margine superiore sinistro del supporto. I segni dai colori smorzati, come caratteristico delle opere di Griffa della metà degli anni Settanta, sono apparentemente di uguale larghezza e lunghezza. Emerge tuttavia la particolare unicità di ciascuno, diversamente definito ai margini dal contatto con la tela grezza impregnata di sottile materia pittorica. Il tracciato elementare dei segni ordinati in sequenza sembra arrestarsi verso il centro del quadro, quasi fermato nella sua ritmica progressione.
La coscienza dello svolgersi inarrestabile del tempo ha portato Griffa a dichiarare di non poter stendere il colore sino alla fine della tela e di non voler dare un senso di compiutezza ai suoi quadri che considera pure tracce dell’operazione pittorica.

[M.B.]

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