Catherine Sullivan

L’installazione video di Catherine Sullivan ‘Tis Pity She’s a Fluxus Whore (Peccato che sia una puttana Fluxus), 2003, unisce due specifici riferimenti appartenenti alla storia del teatro e delle arti performative. Invitata a esporre al Wadsworth Atheneum in Connecticut, Sullivan ha indagato la storia del teatro connesso al museo, interessandosi alla vicenda di A. Everett “Chick” Austin. Direttore del Wadsworth Atheneum dal 1927 e attore professionista, Austin dovette rassegnare le proprie dimissioni nel 1943 a causa dello scandalo suscitato dalla messa in scena di ‘Tis Pity She’s a Whore (Peccato che sia una puttana), la tragedia scritta dal drammaturgo inglese John Ford nel 1633. Pubblico e critica giudicarono infatti offensiva la storia incentrata sulla relazione incestuosa tra Giovanni, interpretato dallo stesso Austin, e sua sorella Annabella. L’altro riferimento da cui nasce l’opera di Sullivan riguarda invece Fluxus, il movimento d’avanguardia che, tra gli anni Sessanta e Settanta, si sviluppò in Europa e negli Stati Uniti, spesso sconcertando pubblico e critica con azioni apparentemente illogiche. In particolare, Sullivan ha approfondito i fatti avvenuti il 20 luglio 1964 a Aachen, in Germania, quando alcuni artisti, tra cui Ben Vautrier, Wolf Vostell e Joseph Beuys, furono assaliti durante un festival. Numerosi componenti del pubblico interpretarono come intenzionale la scelta della data, collegandola con il 20 luglio 1944, giorno in cui Hitler fu oggetto di un attentato non riuscito. L’opera di Sullivan è stata girata negli Stati Uniti e in Germania, negli stessi teatri che fecero da cornice agli eventi descritti. Recitata da un unico attore, che interpreta tutte le parti e usa alternativamente lo stile Fluxus e quello teatrale, l’opera espone la drammatica frattura che si può creare tra l’attore, il testo interpretato, la tecnica recitativa e il pubblico.
Storia del teatro, del cinema, della letteratura e cultura popolare sono alcune tra le molteplici fonti alle quali l’artista attinge per le sue opere, che includono installazioni video e performance eseguite dal vivo. Tali riferimenti sono spesso sovrapposti e uniti arbitrariamente, secondo quella che l’artista chiama “una relazionalità forzata”. Evitando narrazioni lineari e ricercando inediti collegamenti, Sullivan sviluppa piuttosto l’analisi di differenti modelli interpretativi, arrivando a indagare il concetto stesso di recitazione. Per tutte le proprie opere, scrive la sceneggiatura e dirige il cast, servendosi di attori e danzatori sia professionisti sia dilettanti. Essi, le loro azioni, fisicità, capacità recitativa e relativi eccessi o consumato mestiere, rappresentano il vero strumento di Sullivan, la cui formazione include un diploma in recitazione.

[M.B.]

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