Arata Isozaki

Prolifico architetto, ma anche impegnato teorico, Arata Isozaki ha partecipato attivamente al processo di ricostruzione postbellica, contribuendo alla radicale modernizzazione del Giappone. Indipendente e anticipatrice di nuove tendenze, la sua architettura è eterogenea, caratterizzata da varie fasi, dalla sperimentazione estrema al gusto storicizzante per la citazione. Attivo in ambito internazionale, Isozaki opera all’insegna di un fertile scambio tra il dibattito orientale e quello occidentale.
Nel corso della sua carriera, è costante il dialogo con diversi esponenti delle arti visive, secondo un orientamento marcatamente interdisciplinare. Rientra in questo ambito Electric Labyrinth (Labirinto elettrico), 2002 (1968), opera chiave nell’ambito della storia delle mostre sperimentali degli anni Sessanta, creata per la XIV Triennale di Milano. Per l’occasione, Isozaki invita alcuni tra i maggiori esponenti dell’avanguardia artistica giapponese del periodo a collaborare con lui. Essi includono il grafico Kōe Siyura, il fotografo Shōmei Tōmazu e il compositore Toshi Ichiyanagi. L’opera è articolata in una serie di pannelli ondulati, le cui superfici riflettenti ospitano immagini serigrafate. Disposti in base a una griglia regolare e collegati a motori, i pannelli ruotano in concomitanza con il passaggio dei visitatori, modificando continuamente la percezione e l’esperienza dell’ambiente. Relative a guerre e tragedie, le serigrafie includono creature mostruose e fantasmi riprodotti da stampe ukiyo-e (immagini del mondo fluttuante) realizzate nell’Ottocento, quando, all’approssimarsi dell’apertura con le altre civiltà, la cultura giapponese è caratterizzata da un senso di spaesamento. Alle serigrafie, Isozaki contrappone immagini documentarie dei bombardamenti atomici subiti dal Giappone. Tra queste ultime, è riconoscibile la fotografia dell’ombra fissata permanentemente su un muro nell’istante dell’esplosione dell’atomica. L’alternanza di mostri del passato e drammi contemporanei culmina in un’inquietante rappresentazione del futuro proiettata su una delle pareti esterne al labirinto. Intitolata The City of the Future Is the Ruins (Rovine: la città del futuro), l’immagine è un collage relativo ai resti di Hiroshima. Visione di un futuro apocalittico, all’interno del quale la distruzione continua a essere tragico agente di trasformazione, essa include alcune mega-strutture e elementi che chiariscono l’origine di alcune forme elaborate da Isozaki nei suoi progetti architettonici. L’ossessione prodotta dalle gigantesche rovine e dalla cascata di immagini all’interno del mutevole ambiente labirintico rientra nelle ricerche di Isozaki relative alla moltiplicazione delle possibilità della visione, sviluppate a partire dal ma giapponese, definibile come lo spazio che sta tra le immagini. Ulteriormente amplificata dagli effetti acustici della componente sonora, la visione degli effetti della violenza e di continue trasformazioni, assale così gli spettatori ad ogni passo, coinvolgendo più sensi.
La versione dell’installazione in collezione è stata ricostruita in accordo con Isozaki nel 2002, in occasione della mostra Iconoclash, presso lo ZKM Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe, istituzione insieme alla quale il Castello di Rivoli e la Fundação Serralves, Porto, condividono la proprietà dell’opera. Malgrado il suo messaggio contro la guerra, l’installazione originaria fu infatti oggetto di violenza iconoclasta. Nel maggio 1968, nell’ambito delle agitazioni studentesche, un gruppo di rivoltosi occupò il palazzo della Triennale a Milano. Come altre opere di architetti esposti alla Triennale, la prima versione di Electric Labyrinth fu distrutta il giorno stesso dell’apertura della mostra.

[M.B.]

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